FRASASSI G.S.M.
"a divenir del mondo esperto"

 

LA GROTTA GRANDE DEL VENTO

Copia della pubblicazione diffusa dal  Consorzio Frasassi in occasione del "Convegno della Stampa Estera" tenutosi a Genga (Ancona) il 07/6/1974.

Tempietto del Valadier

Sommario:

  1. Saluto del Sindaco di Genga ai convenuti.

  2. Saluto ai convenuti del Presidente del Consorzio Frasassi

  3. Giancarlo Cappanera.Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I Ancona.
    "Storia delle scoperte riguardanti la Grotta Grande del Vento"

  4. Giuseppe Gambelli.Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I Ancona
    "Genesi e morfologia della Grotta Grande del Vento"

SALUTO DEL SINDACO DI GENGA AI CONVENUTI.

Signore e Signori,
il 7 giugno 1974 resterà negli annali del nostro Comune come una grande giornata. Avere voi tutti qui presenti nel territorio di un Comune tanto bello quanto povero, per ammirare quello che la natura, fino a ieri, da noi considerata matrigna, ci ha voluto donare, è auspicio o meglio certezza di un vivere più sereno.Vi sono grato per avermi dato, ad un anno di distanza dal termine del mio incarico di Sindaco, la gioia di questa giornata.

Con voi in un abbraccio simbolico, saluto i lettori dei vostri giornali ed i vostri connazionali.

Il Sindaco del Comune di Genga
Sante Romanini


 

SALUTO AI CONVENUTI DEL PRESIDENTE DEL CONSORZIO FRASASSI.

Signore e Signori,
La giornata che trascorreremo insieme, la vostra presenza, i motivi per i quali ci siamo ritrovati in questi luoghi fino ad oggi a molti di voi sconosciuti, sono per me motivo di grande soddisfazione.Vi ringrazio sentitamente per la partecipazione e con voi ringrazio il Comune e l'Azienda di Soggiorno di Riccione che ci hanno offerto questa occasione. L'Ente da me presieduto, il Consorzio Frasassi, è sorto nell'aprile del 1973 col fine di salvaguardare e valorizzare le zone di interesse turistico del Comune di Genga. Il primo obiettivo che ci siamo posti è stato quello della valorizzazione turistica della Grotta Grande del Vento le cui rare bellezze e la particolare conformazione la fanno annoverare tra le più belle e scientificamente interessanti d'Europa. Avrete modo, nella visita che faremo alla Grotta, in anteprima assoluta, di ammirare quello che le parole, col più ardito ricorso alla fantasia, non potranno mai descrivere. Mi auguro che questa giornata costituisca per voi un buon ricordo e nel porgervi il saluto vi prego di esternarlo ai vostri concittadini nella certezza di poterli annoverare  tutti tra gli intimi di questi tesori.

Il Presidente del Consorzio Frasassi
Dott.Coriolano Bruffa


 

Giancarlo Cappanera. Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I Ancona.
"STORIA DELLE SCOPERTE RIGUARDANTI LA GROTTA GRANDE DEL VENTO"

Percorrendo la strada che da Ancona, capoluogo delle Marche, porta il turista verso Roma, si attraversa una delle zone più belle e selvagge d'Italia. Dopo pochi chilometri una comoda superstrada si insinua nel cuore di una serie di montagne attraversando la zona di S.Vittore di Genga, dove si apre la maestosa Gola di Frasassi. E' proprio qui che, per merito dello spirito di avventura di alcuni speleologi, è stato scoperto un dei gioielli più preziosi della terra marchigiana, la Grotta Grande del Vento che, con la Grotta del Fiume, costituisce uno dei complessi carsici più belli del mondo. L'affascinante storia delle scoperte che hanno reso possibile l'apertura di queste grotte ai visitatori ebbe inizio nel gennaio del 1948 quando il Dott.Mario Marchetti ed il Dott.Carlo Pegorari, due appassionati studiosi anconetani, incoraggiati e sostenuti dai Professori  Moretti e Villa dell'Università di Camerino, decisero di costituire ad Ancona il Gruppo Speleologico Marchigiano. Con una decina di amici iniziarono ad esplorare le zone carsiche più importanti della regione e fu proprio in una di queste esplorazioni che il 28/6/1948 il Dott. Mario Marchetti scoprì la Grotta del Fiume.

 

Ecco come, in un suo libro, parla di questa scoperta:

"La Grotta del Fiume, cavità di cui si ignorava l'esistenza pur trovandosi in una località facilmente accessibile, fu da me incidentalmente scoperta allorchè avevo attraversato su di un battello pneumatico in compagnia dell'Ing. Paolo Beer il fiume Sentino per visitare una grotticella che si apre quasi sul pelo delle acque, sulla riva sinistra del fiume, pochi metri prima che la Gola di Frasassi abbia termine. Fu appunto sulla via del ritorno che mi accadde di notare come a metà circa della rapida ed alta scarpata antistante, che dalla carrozzabile S.Vittore di Genga cala a picco sul Sentino, alcuni arbusti mossi dal vento lasciavano intravvedere due oscure aperture contigue.Subito richiamai l'attenzione di un terzo compagno, il Dott. Carlo Pegorari, che ci appoggiava dalla strada.

Questi, aiutandosi con una fune, si calò lungo la scarpata scomparendo letteralmente tra i cespugli. Poco dopo vedemmo sbucare la sua mano tra le foglie e udimmo le sue grida."E' vero, c'è una fessura, sembra che continui, venite presto!".

Di li a poco lo raggiungemmo affannati ed emozionati ed iniziata l'esplorazione della grotta avemmo conferma dell'esistenza di una grande cavità non visitata da alcuno. In  successive  spedizioni, constatammo  che  la cavità si  estendeva  per  1050  metri  e si presentava  affascinante, oltre  per  le  sue bellezze, anche dal punto di vista scientifico. Infatti, già dalle prime visite notammo con  meraviglia  la  presenza su ampie zone delle  pareti della  cavità di singolari e rarissimi  depositi  di  sali di  ferro che per la loro  disposizione  richiamano  l' idea di una  pelle  di leopardo.

Interessante fu anche il rinvenimento di un curioso animale anfibio, lo"spelerpes fuscus" la cui pelle gli permette di mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente".

Negli anni  seguenti  la cavità  fu  esplorata da  numerosi  gruppi  speleologici  italiani e  stranieri ma  solo nel settembre del 1956 il Gruppo Speleologico A.S.C.I  Fabriano, attraverso il passaggio " Borioni " individuò un nuovo sviluppo di circa un chilometro che si estendeva su tre piani sovrapposti. In queste brillanti esplorazioni furono scoperte orme di " jena spelea " impresse circa diecimila anni fa.

Poco dopo il gruppo Speleologico C.A.I  Nottoloni di Macerata  forzava un passaggio contiguo alla "Sala del Fango" che portava alla scoperta di un nuovo ramo di circa 400 metri. Il caso volle che per cinque anni tutti i tentativi per trovare nuove diramazioni si dimostrassero vani fino a che nell'agosto 1971 membri dello Spelo Club Città di Jesi, superato un arditissimo passaggio in sesto grado, scopersero un foro che, allargato, li immise in un nuovo bellissimo ramo lungo tre chilometri.

Ma la scoperta che avrebbe reso famose queste grotte di Genga avvenne il  25 SETTEMBRE 1971. Quel giorno, nel corso di una battuta lungo le pendici del monte Valmontagnana, sotto il quale si apre la Grotta del Fiume, un  membro del   GRUPPO  SPELEOLOGICO  MARCHIGIANO  C.A.I   di   ANCONA, Rolando Silvestri, che faceva parte della spedizione da me guidata, richiamò la nostra attenzione verso un costone di roccia sul quale si apriva un foro non più largo di un pallone di calcio.

Immediatamente accorsi, dopo avere scavato  la terra che ostruiva il passaggio, l'uno dopo l'altro strisciammo in uno stretto cunicolo che finiva un una sala di modeste dimensioni. La cavità sembrava finisse lì malgrado ogni nostro impegno per trovare un proseguimento per cui, un pò delusi, decidemmo di sostare all'interno per rifocillarci.

Durante la pausa avvertimmo alle nostre spalle una corrente d'aria fuoriuscire da piccole aperture. Dato che ogni speleologo sa che la corrente d'aria che proviene da piccoli passaggi prelude sempre a più ampie cavità, fiduciosi iniziammo a scavare tra le rocce usando i pochi arnesi che avevamo a disposizione. Mano a mano che il foro si allargava il vento usciva con più forza e ciò ci stimolava a lavorare con più impegno.Costretti ad interrompere i lavori per l'esiguità dei mezzi a nostra disposizione, riprendemmo l'opera di scavo il sabato successivo attrezzatissimi e  in numero maggiore.

Lavorando alacremente con martelli e scalpelli in poco tempo riuscimmo ad abbattere l'ultimo diaframma che ci separava dal proseguimento della grotta. Felicemente consci di trovarci di fronte ad una grande scoperta, iniziammo l'esplorazione della grotta che battezzammo subito "GROTTA GRANDE DEL VENTO".

Rintracciata un'ampia sala e superato un pozzo di 10 metri ci trovammo davanti ad un maestoso baratro di cui non si vedeva il fondo.Uno di noi instintivamente prese una pietra e la lanciò giù;trascorsero lunghissimi secondi prima di sentire un cupo tonfo. Il tempo trascorso prima che toccasse il fondo ci confernò chiaramente che il salto era profondo oltre 100 metri 

In una successiva esplorazione, calate le scale di acciaio, discendemmo nel vuoto per  120 metri il  pozzo dalla forma di imbuto rovesciato, che battezzammo "Ancona", e ci trovammo nel cuore della grotta. Le fotografie possono mostrare ciò che i nostri occhi ebbero la fortuna di vedere percorrendo chilometri e chilometri  di corridoi e saloni giganteschi ma, solo chi avrà l'opportunità di visitare la grotta, potrà capire a pieno quali sentimenti provammo nel vedere alla luce dell'acetilene, per primi, tali meraviglie.

Iniziate metodiche esplorazioni le nostre squadre scopersero gli otto piani sui quali si sviluppa la grotta Grande del Vento e, a seguito di rilievi geologici e topografici che lo davano per certo, ricercarono un suo collegamento con la Grotta del Fiume. Più fortunati di noi, i colleghi del Gruppo Speleologico C.A.I  di Fabriano rintracciarono, nel dicembre del 1971, una condotta forzata che collegava le due cavità. Con questa scoperta il complesso carsico Grotta Grande del Vento-Grotta del Fiume diveniva  lungo oltre 12 chilometri;il che costituisce un primato per le grotte italiane.

Giancarlo Cappanera


 

Giuseppe Gambelli. Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I Ancona.
"GENESI E MORFOLOGIA DELLA GROTTA GRANDE DEL VENTO".

Dalla scoperta della Grotta Grande del Vento, fatta con i miei colleghi del Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I di Ancona nel 1971, sono seguite esplorazioni e ricerche geologiche e geomorfologiche sul nuovo complesso carsico.Dopo decine e decine di campi interni, a molti dei quali furono invitati professori Universitari italiani e stranieri, fu indetta, come prima tappa riassuntiva, la  "2° Rassegna Speleologica"del Gruppo Speleologico Marchigiano CAI di Ancona a cui hanno partecipato eminenti ricercatori.Quì il sottoscritto ha esposto tutti i dati raccolti e le varie osservazioni geomorfologiche, formulando le prime teorie sulla formazione del grandioso complesso carsico.

Quest'oggi a due anni e mezzo di distanza, si hanno continue conferme delle teorie allora esposte. Anche l'ultima scoperta speleologica nella Grotta del Buco Cattivo (località Valmontagnana) di grandi cavità simili a quelle della Grotta Grande del Vento attestano queste teorie. Questo grande complesso carsico, che ha interessato tutta l'anticlinare calcarea  da  Monte  Frasassi  a Monte Valmontagnana, si è formato grazie alla risalita d'acqua mineralizzata dal profondo, che lungo le fratture della roccia si è  venuta  ad  incontrare con  l'acqua bicarbonata proveniente dalla falda di  subalveo  del torrente Senti no.In questi piani di faglia ed in queste rotture del  calcare  massicio è avvenuta la nascita  della  Grotta Grande del Vento.

Quando e come si è venuta a formare è difficile dirlo, però, dato che la causa principale è l'acqua solfurea e dato che questa è risalita solo quando la roccia si è spezzata e tagliata dalle varie faglie, considerando l'età di questi avvenimenti post-orogenici che sono avvenuti nel pliocene superiore, un milione e quattrocentomila anni fa, è possibile considerare buona questa epoca come origine delle prime sale.

In quel tempo il torrente Sentino aveva il suo alveo molto più in alto rispetto alla posizione attuale e tutta l'idrologia era più alta di 200-300 metri. E' a questa altezza che si incontrarono, lungo i piani di faglia, l'acqua mineralizzata della falda artesiana e l'acqua bicarbonata del fiume che, una volta mescolate, originarono le prime sale della Grotta Grande del Vento.

Per parlare di evoluzione del sistema carsico bisogna considerare l'attività del torrente Sentino che può essere suddivisa in tre fasi principali.

  1. Nella prima fase il Sentino aveva un carattere torrentizio con piene primaverili ed autunnali;il suo alveo subiva un rapido abbassamento originando all'interno un carsismo con condotte verticali e piccole sale mano a mano che il torrente Sentino seguitava a scendere di quota per l'intensa erosione dell'alveo l'acqua del fiume tendeva ad essere meno impetuosa, meno veloce e si passava così alla seconda fase.

  2. La conseguenza di questo stato di cose è che l'idrografia superficiale e quella sotterranea ad essa collegata, tendevano ad abbassarsi più lentamente, rispettando esattamente la situazione di equilibrio del fiume stesso.

  3. Nella terza fase il Sentino non erode più  e l'acqua bicarbonata del fiume, ad esso collegata, si incontra con l'acqua solfurea, sempre alla stessa quota. Di questi cicli di erosione e successivo stazionamento se ne possono contare otto.La morfologia interna è rappresentata da svariatissime conformazioni che son raggruppabili in alcuni morfotipi essenziali:

Fare un discorso globale sulla stabilità della grotta potrebbe portare a dei risultati falsati, infatti, come sopra accennato le situazioni morfologiche sono multiformi e devono essere considerate e studiate caso per caso.

Sale di origine solfurea o paleosale.
Le chiameremo così perchè rappresentano una posizione statica dell'evoluzione nel tempo della grotta, infatti queste sale testimoniano la prima fase di reazione tra acqua solfurea e acqua bicarbonata.nel punto di incontro avveniva una reazione con deposito di gesso microcristallino bianco e dissoluzione delle pareti calcaree.

Queste sale hanno una sezione trasversale a forma di campana, che dovrebbe corrispondere esternamente ad un ciclo interno di erosione del torrente Sentino:cioè al diminuire della forza di erosione del fiume corrispondeva internamente un aumento dello stazionamento della zona di reazione. Le paleosale si presentavano con una volta calcarea  compatta senza tracce di franamenti o crolli;sono da ritenersi agibili sotto ogni punto di vista.

Le sale evolute viceversa meritano un discorso più approfondito nell'ambito della stabilità.

Esempi di questi morfotipi sono:Sala A, Sala B, Sala C, Sala E, la Sala del Pozzo Falconara e la parte finale della Sala dell'Obelisco.

Sale evolute:
Queste sale rappresentano una fase successiva alla formazione delle paleosale.

Per capire la formazione di queste cavità dobbiamo considerare il profilo di compensazione del torrente Sentino e collegato a questo la zona di incontro tra l'acqua solfurea e quella bicarbonata interne alla montagna.Dopo ripetuti cicli di erosione del torrente Sentino, si arrivò ad un periodo di stasi della posizione del suo alveo.All'interno della montagna la zona di incontro delle due acque poteva agire chimicamente sempre alla stessa quota. Prima si formarono le paleosale, poi col proseguire dello stazionamento della zona di reazione, queste si allargarono  sopratutto  nel  senso  orizzontale  compromettendo  la stabilità  della  volta  calcarea  che crollò portando alla unione in un'unica grande sala dei due o più piani sovrastanti.

Questi fenomeni di crollo sono stati causati  essenzialmente  dall' incontro di acqua solfurea e bicarbonata che stazionava sempre alla stessa quota. Oggi giorno il livello idrico delle due falde si è abbassto notevolmente, anche le manifestazioni di acqua solfurea, che una volta si estendevano su tutto il complesso con imponenti depositi di gesso, ora sono circoscritte alla sola zona est (Grotta Solfurea).

Queste  osservazioni   testimoniano  una  diminuzione  dell' attività  carsica  sorfurea  che  viene  sostituita progressivamente  con un carsismo convezionale molto localizzato.Data la notevole diminuzione dell'attività solfurea, il fenomeno di nuovi sprofondamenti e crolli dovrebbe essere scongiurato.

Condotte forzate prettamente sub-verticali

Il pavimento delle paleosale è interessato per il 90% da condotte forzate verticali di forma e dimensioni svariatissime (sala C imponente pozzo con livello di base). Questo fatto testimonia che l'acqua sulfurea risaliva dal profondo per mezzo di condotte forzate verticali e fratture che la immettevano nelle sale ove circolava sottoposta alla sola pressione atmosferica.

Condotte orizzontali.
Queste rappresentano una circolazione d'acqua solfurea sottoposta alla sola pressione atmosferica ed hanno una pendenza media del 3 %. L'acqua solfurea tracima dalle varie sale e tramite queste gallerie sub-orizzontali si raccorda e si immette nella idrologia esterna.

Particolarita' della Grotta Grande del Vento.

I depositi di gesso meritano una attenzione particolare sia per la originalità della giacitura dei depositi e sia per l'abbondanza e la frequenza con cui li troviamo oltre che per il rapporto che lega questo deposito salino con le pareti calcaree della grotta.

Nella stragrande maggioranza questo gesso si presenta con struttura saccaroide a grana grossa con colore particolarmente bianco, può essere più o meno compatto ma  sempre  facilmente  scalfibile  con qualsiasi  attrezzo contundente.

Questo sedimento gessifero secondario, data la diretta deposizione della soluzione elettrolitica di solfato di calcio, è  ricoperto  nella  parte  superficiale, nella  stragrande  maggioranza  dei  casi, da  geminati  di  gesso microcristallini che tendono a divenire trasparenti quando le dimensioni passano a macrocristalline.

E'  stato  riscontrato  nella  maggioranza  dei  depositi  nella  parte  bassa, un  passaggio  netto  tra  gesso macrocristallino con  geminazione  parallela  di color grigio con  intrusioni di fango più o meno abbondanti, le dimensioni di questi cristalli variano  da 4/30 centimetri. Questo fatto potrebbe essere spiegato come una ricristallizzazione del sedimento gessifero dovuto al parziale ritorno di acqua mineralizzata sul gesso microcristallino bianco.

Questo fenomeno non è riscontrato nei sedimenti dei piani superiori a quota del livello di base di +70 metri ove il gesso come detto è del tutto saccaroide bianco.Rispetto alla  giacitura  cioè come e dove troviamo  gesso  possiamo dire che questo pur  essendo distribuito abbondantemente su tutta la grotta ha però dei punti preferenziali e caratteristici in cui è riscontrabile.

Pozzo Ancona: Niagara Lo troviamo nelle pareti alla base dell' Abisso Ancona e nelle sale laterali all'abisso stesso, qui non essendoci stati  franamenti  si  è  conservato in tutta  la sua   grandiosità  infatti raggiunge lo spessore  massimo di tutto il complesso carsico con una parete di 10 metri costituita da cristalli di  CaSO4  microcristallino bianco che alla base diviene, con un passaggio netto, macrocristallino con uno spessore di due metri.

I depositi di gesso si possono riscontrare anche nella Sala dei Duecento;qui però solamente nel piano superiore per una superficie di mq.400.

Altra sala in cui è ben conservato il deposito di gesso è la Sala "C"; il deposito viene riscontrato sia al tetto che alla base della sala , nella parte superiore il deposito è saccaroide e bianco mentre nella parte inferiore questo diviene da microcristallino e bianco a macrocristallino grigio con un passaggio netto.

I depositi di gesso vengono riscontrati anche in altre località del complesso carsico ma questi nominati sono maggiormente indicativi per le nostre ipotesi.

Rispetto ai rapporti che intercorrono tra i sedimenti di gesso e le pareti di calcaree della grotta, fin dalla prima esplorazione si è notato che la roccia è compenetrata, erosa, modellata dal deposito di gesso;è classico il fatto che sollevando qualsiasi blocco di gesso che giaccia ancora ad intimo contatto con il calcare, si può osservare che il sedimento gessifero ha il calco perfetto delle fosse, rientranze, buche che ci sono sul calcare sottostante. Questa particolarità indicava qualche cosa di anomalo rispetto al carsismo convenzionale che meritava di essere considerato per la sua particolarità e vastità.

Sala delle Candeline
Altra  caratteristica  particolare  fu  il  fatto di  avere  riscontrato  stalagmiti giganti (5-10 metri) completamente erose e bucherellate che  nei  fori  avevano  blocchi e  piastre  di  gesso  saccaroide  bianco  che coincidevano perfettamente come calco sulle superfici erose delle stalagmiti.

Queste  osservazioni  altamente  indicative  insieme alle notizie sulle faglie ed  alla presenza di  acqua solfurea indirizzarono a considerare la formazione di questa grotta come un fenomeno  "sui generis"  e geologicamente unico.

Giuseppe Gambelli

 



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